RACHELE: CAMPIONESSA NELL’ACQUA E FUORI.

Così, per sport. O meglio, per ‘fare’ uno sport. E il babbo di Rachele la gettò in acqua da bambina, senza pensare (forse) che se ne sarebbe innamorata perché lei sentì subito – racconta Luca Farinotti – che l’acqua “era il posto giusto” e che “per perdersi in essa” avrebbe dovuto nuotarci dentro. Le poche bracciate di quelle prime volte sono diventate le 200.000 del sottotitolo di questo libro, numero simbolico inferiore al reale e comunque aperto a quelle che verranno. E se qualche volta, con la tentazione di fermarsi, Rachele chiede a se stessa “ne vale davvero la pena? Perché tutti questi sacrifici, che tolgono tempo ai miei anni migliori?” si sbarazza in un lampo di tutti i dubbi e va avanti, in una specialità durissima, il nuoto di fondo, ingiustamente poco considerato dai ‘media’ ma di alto significato umano e sportivo.

Rachele Bruni ha vinto molto, un argento alle Olimpiadi brasiliane e ai ‘mondiali’, 8 ori ai campionati europei, 19 ori (e 20 argenti) ai nazionali. Una carriera straordinaria costruita con anni e anni di lavoro, in piscina, in palestra, sul mare. A Farinotti, che la prende per mano e la incalza in una lunga e brillante intervista, Rachele racconta di essere un fenomeno in acque fredde e mosse, che la natura non la spaventa e, anzi, che l’oceano “è il luogo elettivo della sua spiritualizzazione”. E sono belle, chiare e pulite, le acque in Australia, America, Doha o Abu Dhabi. A differenza delle nostre.

Una campionessa che non si nasconde e manda messaggi comunque positivi: in Italia – dice – è tutto diverso “ma noi possiamo migliorarci evitando di cadere nella trappola dell’atteggiamento critico e aspirando alla tolleranza”.

L’elogio-ringraziamento all’allenatore Fabrizio Antonelli (“Gli devo tutto”) e l’ammirazione per Federica Pellegrini, Valentino Rossi, Roger Federer (mica male, come scelte, no?), la sommessa critica al calcio (“Ci sono troppi soldi”), lo scarso interesse per la politica (“E’ un rotolo. Che non si srotola mai”) sono altri passaggi di un colloquio di un’atleta trasparente e senza riserve che non esita neppure, con Farinotti, a dichiararsi atea e a spiegare la dedica – che fece scalpore – della medaglia di Copacabana alla sua compagna.

Significativo e pregnante il ringraziamento all’Esercito, suo datore di lavoro e alla Federazione (che “sostiene la mia attività”). Ai Giochi di Rio su 314 atleti azzurri, ben 75 erano militari. Benemeriti i Corpi (Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri) che li sostengono con impegno, ma anche questo fa pensare. La politica, nel nostro Paese, non sa o non vuole aiutare lo sport. Quanto ai ‘media’, televisioni e giornali, si accorgano e prendano atto dalle Olimpiadi di Tokio in poi che al brillante momento del nostro nuoto in piscina si accompagnano i successi del nuoto di fondo, di Rachele Bruni e delle altre.

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